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La storia dell'utilitaria che vinse il Rally di Montecarlo

Il posto guida – come lo definì Quattroruote nella prova del marzo 1964 – è tipo camion, con il piantone dello sterzo quasi verticale. I comandi sono duri da azionare, non illuminati e difficili da individuare. Il motore, con i suoi 61 cavalli, non è certo un fulmine e il riscaldamento è insufficiente. Però, ha anche dei difetti. Scherzi a parte, la Mini originaria (Cooper del 1991, nel caso specifico) è stata capace di resistere, quasi immutata, fino al 2000. Poi, è cominciato un altro fortunato capitolo, che continua ancora oggi.

Un kart agilissimo. Come si spiega tale successo? Prima di tutto, con la razionalità di dimensioni strizzate e bassi consumi. E poi, certo, con il divertimento di guida: già a 100 km/h sembra di volare. Per finire, c'è la sua fama nelle corse. Che parte dal 1964, anno in cui Paddy Hopkirk portò al trionfo la sua Cooper S al Rally di Montecarlo. Una vittoria che sorprese tutti, perché ottenuta con una piccola utilitaria, anche se spinta da un motore elaborato a 101 cavalli. Nata, originariamente, per far fronte all'aumento del prezzo del carburante, dopo la Crisi di Suez del 1956.

Organizzare lo spazio. Per costruire la perfetta auto da città, Alec Issigonis, progettista di origini greche in forza alla Austin, ebbe la geniale intuizione di piazzare il motore davanti e in posizione trasversale, con il cambio in blocco sotto di esso. Così, in poco più di tre metri di lunghezza si liberava spazio, nell'abitacolo, sia per quattro passeggeri sia per una certa quantità di bagagli. Con poco più di 600 chilogrammi sulla bilancia e sospensioni a ruote indipendenti, la Mini si dimostrò una perfetta base per le elaborazioni: la più famosa era quella di John Cooper. Che portò, appunto, la minuscola inglese sul gradino più alto del podio del Rally del Principato (nel 1964, 65 e 67). Spesso nelle condizioni come quelle che vedete nella gallery: sulla neve, in controsterzo, con un delicato equilibrio tra acceleratore e freno.




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